domenica 23 aprile 2017

The Hateful Eight

Titolo: The Hateful Eight
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2015
Genere: western
Cast: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demiàn Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, Channing Tatum, James Parks, Dana Gourrier, Zoe Bell, Gene Jones, Keith Jefferson, Lee Horsley, Craig Stark, Belinda Owino, Bruce Del Castillo

La trama in breve:
La guerra civile è finita da qualche anno; una diligenza corre veloce nel cuore del Wyoming, in direzione della città di Red Rock, dove sono diretti i passeggeri a bordo: il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell), noto anche come “The Hangman”, e la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), che sta per essere portata al cospetto della giustizia. Durante il viaggio incontrano due sconosciuti: il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), ex Soldato nero dell'Unione, e il rinnegato del Sud, Chris Mannix (Walton Goggins), sedicente nuovo sceriffo di Red Rock. A causa di una tempesta di neve la diligenza è costretta a fermarsi. I quattro cercano rifugio al Haberdashery di Minnie, un Trading Post di montagna, dove al posto del proprietario trovano altri quattro sconosciuti: Joe Gage (Michael Madsen), Sanford Smithers (Bruce Dern), Bob (Demian Bichir) e Oswaldo Mobray (Tim Roth). Mentre la bufera infuria sui monti del Wyoming, i viaggiatori verso Red Rock, che sono diventati otto, scopriranno che potrebbero non riuscire ad arrivare in città. (fonte blastingnews)




Il mio commento:
Dunque, fondamentalmente Tarantino lo apprezzo e i suoi film credo di averli visti praticamente tutti, qualcuno al cinema, qualcuno a casa, questo The Hateful Eight in Senegal. A puntate.
Mi aspettavo fosse un po' più breve e movimentato, trattandosi di un western, invece pare che anche in questo caso siano i dialoghi il vero fulcro attorno a cui vien costruita la storia. Una storia che procede a episodi che si sviluppano in modo sequenziale, con una sola digressione utile e necessaria a capire ciò che viene proposto al pubblico.
Nel complesso non mi è spiaciuto ma non mi ha nemmeno soddisfatto particolarmente. Forse un giudizio migliore lo potrebbe esprimere qualcuno che ci capisce di inquadrature, di fotografie, di tecniche di regia...ma in questo spazio web dobbiamo accontentarci del sottoscritto ^_^
Dicevo, senza nulla togliere alla qualità del girato, l'ho trovato molto più pesante e prolisso del necessario, complice anche il fatto che la maggior parte degli eventi si svolgono dentro un unico edificio. Mi è parso quasi più un esercizio di stile che una produzione pimpante e originale in stile Pulp Fiction o Bastardi senza gloria. Che poi, considerando che di western si tratta, vien subito alla mente Django Unchained dove, perlomeno, c'era un po' più di varietà di situazioni e ambientazioni e, soprattutto, non c'erano stati intoppi come la fuga di notizie relativa alla sceneggiatura e la sua obbligatoria revisione che hanno causato un ritardo nella realizzazione del film.
Mi ha fatto piacere comunque ritrovare volti noti della produzione di Tarantino, come Jackson, Roth e Madsen, attori capaci e che indubbiamente hanno garantito la buona riuscita del progetto. In un certo senso, poi, la visione di quest'ennesima fatica di Quentin mi ha richiamato alla memoria Le Iene (Reservoir Dogs): anche lì tutto si svolgeva in un capannone, con spargimento di sangue e morte e menzogne, scoperte mano a mano che la narrazione procedeva.





Già perché a smuovere la trama vi sono anche azioni violente, esecuzioni, sparatorie e colpi di scena. Escamotage verso i quali si richiama prima l'attenzione dello spettatore per poi approfondire con un'ampia digressione in modo che non vi siano dubbi sui personaggi in scena (e non). Non a caso il titolo insiste su 8 figuri ma non è scontato che l'ottavo sia Daisy.  
Qui invece il regista si concede molto più tempo per introdurre e caratterizzare i propri personaggi, oltre che creare sospetti e tensione tra di loro fino all'esplosione sanguigna, un tantino splatter, delle sequenze finali. Un tempo che - o forse ero io in un momento particolarmente conciliante - può risultare gradito agli spettatori come pesante e noioso da digerire.
Tra gli episodi proposti, giusto per scendere un po' nel dettaglio, non mi è molto chiaro come mai il regista abbia voluto insistere così tanto sullo scontro tra il maggiore Marquis Warren e il generale Sanford Smithers, quasi un sermone incentrato sulla descrizione di ciò che il caro Samuel L. Jackson ha fatto al figlio del vegliardo generale, conclusosi poi con un'esecuzione dall'esito abbastanza scontato (considerando il vigore e la prontezza del ottuagenario generale...)  senza che gli altri si siano scomposti eccessivamente. Qualche obiezione, qualche protesta e morta lì. La dura legge del west, evidentemente. O più probabilmente una sintesi dell'astio tra nordisti e sudisti, o ancora un modo per insistere sul concetto di giustizia di frontiera o sul fatto che nell'emporio di Minnie si son rintanati esseri pericolosi e assolutamente violenti. Però, ecco, tutta quella narrazione mi è sembrata un po' una sequenza forzata, insistente più che realmente interessante o coinvolgente.




Apprezzato invece il modo in cui alcuni personaggi abbiano cercato di costruire una menzogna e si siano applicati, pur col poco tempo a disposizione, per interpretarla e renderla reale in attesa di attuare "il piano" partorito da Jody Domingray (e chi è costui?, vi domanderete...ma non ve lo dico, a beneficio di chi ancora non ha visto il film). 
Mi domando però se, a parità di obbiettivo, un banale assalto frontale alla diligenza, con solo John Ruth "il Boia" da attaccare e sconfiggere non potesse essere un piano alternativo e meno rischioso da attuare. Fermo restando, va considerato anche questo, che nulla si può dire sin dall'inizio sulle reali intenzioni e identità dei personaggi visto che lo stesso Ruth si trova dinnanzi alla necessità di fidarsi di chi, per caso, incontra sul suo cammino o se lasciare alle spalle un potenziale inseguitore. Magari un complice della famigerata Daisy Domergue che tiene prigioniera in attesa di riscuotere la taglia che pende sulla sua testa. Ecco, forse un encomio a Jennifer Jason Leigh ci sta, visto che impersona un personaggio ruvido, sui generis, folle e che di certo non è imperniato sulla femminilità, e verso il quale non si risparmia niente in termini di sudiciume e brutalità.


Eh già, ci sono anche io ma non potevano mica scriverlo nella locandina...

Sorrido infine all'idea del primo tizio che aprirà, chissà quando, la porta dell'emporio di Minnie e intascherà tutte quelle taglie...poteva essere una bella sequenza da mostrare magari post titoli di coda, con un disperato ansante e ricoperto di neve che, maledicendo il mondo, irrompe nella stanza. Chissà, magari potrebbe anche trovare qualcuno di ancora vivo, incazzato e sanguinante, pronto a rispondere con insulti e proiettili...
Mi domando anche a cosa sia servito insistere sulla realizzazione della palizzata per guidare gli ospiti dell'emporio fino alla latrina se poi, fisicamente, nessuno si sia dovuto alzare per andarci. Anche quello poteva essere un risvolto interessante, che poteva movimentare la trama o, quanto meno, strappare qualche sorriso per via della modalità con cui ci si deve necessariamente prodigare per aprire o chiudere quella dannata porta di accesso all'emporio, porta che forse segna il confine tra il selvaggio west e il "tarantiniano" west.




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